di Erica Romano

E’ mattino presto, l’asino mi dà il buongiorno ragliando a gran voce.
La luce penetra dalla finestra e disegna il muro.
Mi alzo e sbircio tra le fessure della finestra, vedo sfilare a passo leggero sollevando dolcemente la sabbia alcune donne con in testa una fascina di legna o un secchio d’acqua e sulle spalle il loro bambino.

Le osservo mentre la fascina ondeggia sulla loro testa e il secchio oscilla senza perdere acqua, mentre si dirigono verso le loro case, dove le aspetta il fuoco da accendere e il cui calore scalderà il loro cibo.
Camminano, chiacchierano e ridono senza perdere l’equilibrio tra tutte le faccende da portare a termine prima dell’imbrunire, prima che non ci sia più luce.

Penso a me, che con gli occhi stropicciati e con il pigiama mi dirigo in cucina, pochi metri e sono al fornello, un tasto, una manopola e il fuoco è accesso. Nessuna corsa da fare per prendere la legna, nessuna attesa che il fuoco sia accesso.
Verso il latte nel pentolino per scaldarlo, l’ho preso dal frigo, ho solo dovuto svitare il tappo e niente più. Nessuna mucca o capra da mungere, nessuna pastorizzazione. Acqua per bere, per cucinare, per lavarsi, per lavare i panni, per sciacquare i piatti, per ripulire dalla terra la verdura e la frutta, giro la manopola del rubinetto e l’acqua scivola nel lavandino per scomparire nello scarico, un rubinetto in
cucina, uno nella doccia e poi una lavatrice, una lavastoviglie. Nessun secchio, nessun cammino fino al fiume, nessuna bollitura.

Penso a loro, al loro tempo dedicato alle faccende di casa. Tempo che le tiene legate ad una casa.
Cosa farebbero di quelle ore in più, dove le porterebbero, cosa sognerebbero di fare, cosa realizzerebbero.

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